ParSmoke – Biennale Venezia 2015

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Sweet Death, Biennale di Venezia, Officina delle Zattere, Venezia 2015
Curata da Daniele Radini Tedeschi.

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Da: canvasandcrumpets.com

Bolle di liquido giacciono pressate contro il vetro, riflettendo il colorito giallo e marrone sporco delle sigarette. L’immagine del sorriso in decomposizione di una persona è incollato sul davanti del contenitore. Sulla parte superiore del contenitore c’è un piccolo foro sporgente da un tappo d’argento, che fa sembrare il vetro una sciccosa bottiglia di profumo. Sembra essere un tipo di tomba, contrassegnata dal sorriso del defunto più che dal suo nome.
Quello a cui Residori sta giungendo è questa nozione di “mortitudine” – l’idea che la società contemporanea stia distruggendo i valori tradizionali.
Qui le sigarette sono responsabili, distruggendo fisicamente sia i denti che le vite.
Ma cosa dice questo riguardo la società nella sua interezza? L’ugello sul tappo sembra indicare che gli effetti delle sigarette non siano a tenuta stagna. In qualsiasi momento possono essere spruzzati all’esterno, attraverso il fumo passivo, verso chiunque sia nelle vicinanze.
Aldilà di questa interpretazione piuttosto letterale, “Parsmoke” dice di più che delle conseguenze dell’uso di sigarette. Rappresenta la corruzione della terra, del corpo e della mente attraverso il consumismo, l’abuso di droghe, le malattie e l’immondizia. “Parsmoke” è così pieno di sporcizia ribollente, letteralmente, e non può essere contenuta. L’ugello ed il malefico scaltro sorriso sono sinistri promemoria che non possiamo mantenere la nostra sporcizia così efficacemente contenuta ancora per molto. Le discariche esaurite ed il peso della decadenza dei valori cresceranno con ogni nuova generazione.

Chloe

Da: biennaleguatemala.com

Italo Svevo così si espresse, nel 1923, nella sua opera più famosa, La coscienza
di Zeno: “il dottore al quale ne parlai mi disse di iniziare il mio lavoro con
un’analisi storica della mia propensione al fumo: scriva! scriva! vedrà come arriverà
a vedersi intero”; forse, chissà, è proprio questo sogno di interezza a muovere
l’opera Parsmoke di Paolo Residori.
In Paolo Residori confluiscono la vena creativa e la passione artigiana; ama il
legno tanto da aver creato un laboratorio dove poter creare mobili ed oggetti.
La propensione materiale, l’abilità per le attività pratiche e manuali, la vena pragmatica
sono dunque motori e vettori delle opere di Paolo Residori.
Le sue opere sono solitamente caratterizzate dalla presenza di mozziconi di sigarette,
fumate a volte sino al filtro, altre volte lasciate svogliatamente a metà.
Residori ha un animo dadaista, negatore di ogni ipocrisia e falsa verità, contro
ogni verità abusata dalla morale benpensante.
Come il dadaismo anche Residori insinua dubbi negli uomini più sicuri e mette in
discussione tutte le convenzioni e convinzioni.
Abile paroliere, gioca con le parole e con i gesti, accosta vocaboli e materiali, creando
allusioni allegre e stravaganti.
Rompe le categorie estetiche del passato risultando difficile da definire e da inquadrare
in una corrente artistica precisa e riconoscibile, creando opere a metà
strada tra scultura e installazione.
Crede molto nella filosofia esistenzialista dell’uomo artefice del proprio destino e
questa riflessione, che riguarda il ruolo che ognuno ha nella propria vita, si riflette nelle
sue opere, pur non dimenticando mai l’imprevedibilità della vita con le sue componenti
fondamentali di nascita e morte sulle quali l’uomo ha poco, o meglio nessun, potere.
Residori condanna il manierismo, la rigidità dell’arte, attraverso la presentazione
di una anti-arte, un’arte che va nel senso opposto, che inverte la rotta.
La sua è la poetica del residuo, di ciò che resta, di un “dopo” già trascorso, di un
attimo di cui noi vediamo solo la fine.
È un “The end” il suo, ama raffigurare la morte o forse solo un’attesa di essa; ama
alludere alla rappresentazione di un mondo che sfugge, a un vuoto conformismo che
si cela dietro logiche apparentemente salutiste, un mondo che si regge sull’omologazione.
È la morte della bellezza effimeramente intesa quella giovanile che si tramuta
in vecchiaia.
Residori risponde all’unica legge saggia, quella del rispetto della propria intelligenza,
del proprio senso critico e dell’autorità della propria morale.
Ripesca dalle radici della storia la tecnica del ready made, un “già fatto” che non
presuppone la creazione, bensì esige l’ideazione. Il ready made duchampiano prevedeva
il recupero ipso facto di un oggetto che anticonformisticamente veniva innalzato
al ruolo di opera d’arte, il ready made di Residori prevede la trasformazione
fisica e la destinazione d’uso dell’oggetto da parte sia dell’artista che del pubblico
che osserva.
Usa oggetti finiti che hanno fatto il loro percorso di utilizzo e sono pronti per esser
gettati via.
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Questo è il caso per esempio dell’opera Parsmoke che ha in sé il principio onnicomprensivo
della sua poetica.
È il tempo trascorso, è la gioia finita, è un profumo che ormai si è trasformato in
maleodore, in cenere, è un grande metamorfosi kafkiana all’insegna di una fine gloriosa.
È la rappresentazione di una vanitas decaduta, una natura morta sui generis, che
ci rammenta in ogni istante la precarietà delle nostra esistenze.
Nel Rinascimento il tema della vanitas era affrontato attraverso simbolismi, come
quello del teschio, memento di una caducità delle cose terrene; qui al posto del teschio
c’è il segno moderno della premonizione, a base di catrame e dipendenza, elementi
tipici del periodo postcapitalistico.
Le sue opere sono davvero suoi prodotti tout court, ma gli oggetti usati in quest’opera
sono entrambi, sia il profumo che le sigarette, oggetti di uso comune. C’è
coerenza e sincerità nel pensiero di Residori, che cede il passo all’umorismo e all’autocritica,
per poi uscirne sempre vincente e investito di un valore esemplare.
Tutta la sua produzione è improntata sulla consapevolezza dello scorrere continuo
e cinicamente impietoso del tempo, che modifica le cose, che le imbruttisce, che le
plasma trasformandole in cenere e fumo.
È l’inevitabilità della morte e soprattutto l’imprevedibilità di essa a coinvolgerci dinnanzi
alle opere di Residori, dove lui è presente solo attraverso ciò che lascia, tracce
del suo passaggio quelle di fronte a noi, resti di sue attività passate, ma lui dov’è?
L’artista ci costringe a fare i conti con gli aspetti più scomodi della nostra esistenza,
generando curiosità e dubbi, resistenze e risa, aspetti dissonanti e ossimorici, ma
questo per Residori è il compito dell’artista, mettere chi guarda nella condizione di
realtà più vera e scevra da inutili ipocrisie.
Paolo Residori produce dunque da sé il materiale su cui poi lavorerà per creare il
prodotto finale.
Le sue opere hanno sempre il gusto felice della “trovata” con un effetto ironico e
autocritico, senza nascondersi mai dietro facili deduzioni e ovvie massime.
Non cade mai nel cattivo gusto e non genera mai giudizi affrettati in chi guarda,
ma riesce a renderci osservatori consapevoli e rispettosi.
A Residori sta’ a cuore l’ambiente e le sue opere così sature di sigarette, fumate
da lui stesso, così premonitrici di brutti pensieri e di angoscia derivante dalla preoccupazione
per la sua salute, nascondono tuttavia un grande valore morale, un imperativo
solenne, quello del rispetto dell’ambiente e della perdita del senso di
onnipotenza dell’uomo, che lo ha portato troppo spesso e per troppo tempo a sentirsi
al di sopra del mondo e del tempo. Per questo motivo i suoi sono oggetti di riutilizzo
attenti alle politiche ecologiche.
Certo è che se si spruzzasse il nebulizzatore uscirebbe l’odore deleterio del fumo
dei mozziconi di sigarette ormai spente.
L’opera in esame riassume in sé tutti gli elementi della natura: acqua, aria, fuoco
e terra. Il fuoco è evocato dalle sigarette qui ormai spente, l’aria esce dalla boccetta
di profumo, l’acqua è il liquido rimasto dentro il contenitore di vetro, epurato della sua
essenza, e la terra sarà un giorno quella che decomporrà questi oggetti, riaccogliendoli
di nuovo a sè.
Residori utilizza anche le diverse percezioni sensoriali come il gusto, il tatto, l’ol-
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fatto, in un trionfo di sensazioni diverse tutte ugualmente importanti e tutte messe
sullo stesso piano.
Nella storia dell’arte sono molti coloro che hanno elevato il fumo di sigaretta a
ruolo di protagonista delle proprie opere. Sigarette reali nei collage o sigarette dipinte
nei quadri d’autore.
Anche Damien Hirst utilizza mozziconi di sigaretta nelle sue opere che, partendo
dal concetto di orrore, attraversano tutte le sfumature del vivere concreto, attraverso
i poli della bellezza, della crudeltà, della nascita e della morte.
La scritta impressa sulla boccetta nel suo significato di “profumo” gioca molto con
le parole di contenente- contenuto, lasciando un dubbio, un interrogativo. Paolo Residori
tuttavia lascia intendere che non ha la minima idea di interrompere il “ciclo vizioso”
che lo porta a riempire di sigarette oggetti che, di volta in volta la fantasia gli
impone, anche a rischio della sua salute e del suo benessere fisico.
Nell’opera Parsmoke abbiamo l’impressione di stare di fronte ad un lavoro “work
in progress”, le sigarette non riempiono il contenitore sino all’orlo, come se ci fosse
ancora dello spazio per modificare il prodotto ultimato.
È un’opera forse ancora aperta, pronta ad accogliere resti di pomeriggi passati
tra un mozzicone e l’altro.
Un’opera che si apre a molteplici interpretazioni lasciando spalancata la porta del
contributo attivo dell’osservatore.
È anche una clessidra, richiamata dalla forma a cono del vetro, che conta il tempo
ormai trascorso, ormai concluso o forse richiama un apparente nichilismo poichè dietro
la morte di ogni prospettiva c’è anche un risvolto positivo di fede e speranza.
È un labirinto il suo con percorsi tortuosi, movimentati che si celano dietro l’apparente
immobilità delle cose, con un’unica via di fuga.
È l’energia, che attraversa oggetti e forme, la vera protagonista delle sue opere,
che si declina nelle forme più imprevedibili, ma che riesce a catalizzare l’attenzione
di chi si trova di fronte a questo concentrato di nicotina. Residori ha compreso e trasmesso
una grande verità: che la sensibilità alla bellezza non si insegna ma è un
dono che rende consapevoli della mutevolezza di essa, per apprezzarne ancora di
più la sua presenza nella realtà che ci circonda ed accettare con rassegnazione la fine inevitabile del suo regno.

Federica Peligra